IL MUSEO DEL RISORGIMENTO DI TREVISO
IL MUSEO DEL 55° REGGIMENTO FANTERIA "MARCHE"

Di STENO ZANANDREA con uno scritto di ENZO RAFFAELLI e la collaborazione di Stefano Fumarola e Andrea Castagnotto

testata


Premessa di metodo

1. Prologo

2. La mostra del 1898

3. Primi doni

4. Le fabbriche del Museo

5. La gestione fino al 1932 A

6. La gestione fino al 1932 B

7. Inventario Reduci P.B.

8. Nel dopo-Bailo

9. Entra in scena il Comitato

10. Guerra

11. L'intermezzo del 1943

12. Il secondo dopoguerra

13. Nuovi doni

14. Un infelice connubio

15. Tessari e Ca' dei Ricchi

16. Ultima illusione

17. Appendice "A": inventari

18. Appendice "B": Mostre

19. Appendice "C": Normativa

20. Rassegna Stampa

21. Come tutto è cominciato

22. Museo Storico del 55 Marche

23. Un tentativo di ripetizione


Garibaldi

Il Garibaldi di Martini. 1911.




linearossa

Intermezzo sulle fabbriche del Museo
Col 1910 viene il grande ampliamento del museo di Borgo Cavour. In una lunga lettera al Commissario prefettizio Silvestro Bandarin del 3 ottobre 1910 (n. 14715 del 6/10/1910) Bailo ricorda le decisioni prese nell'agosto decorso: «un'idea che incontrò la generale approvazione: dedicare il nuovo edificio a sede del Museo Trevigiano del Risorgimento Nazionale»; ed il 10 di quel mese, nella ricorrenza centenaria della nascita di Cavour, la cerimonia di deposizione della prima pietra. «Pensai – prosegue – che anche questa sezione del Museo Trevigiano, che è pur tanta parte di storia trevigiana, qui avesse a restare sotto la direzione di me che l'aveva iniziata e in più occasioni di mostre nazionali fatta conoscere, e in questi anni ancora accresciuta di molto», e si dichiara disposto, se le finanze comunali non fossero sufficienti a coprire la spesa, «a portarne del mio la civile responsabilità, ben lieto di avere dato alla mia Patria pel Museo del Risorgimento Nazionale un edificio degno di essa e del soggetto». In altra corrispondenza del 30 novembre di quell'anno (n. 17590 di pari data) espone che questa terza fabbrica «deve essere destinata a museo del Risorgimento Nazionale» e che «per tale costruzione il Consiglio Comunale ha votato sul bilancio 1910 lire 4000(11), delle quali già tremila riscossi», perorando l'iniziativa presso il Commissario in questi termini: «non mancai mai di raccogliere nel tempo istesso oggetti, memorie, illustrazioni ecc. ecc. del Risorgimento Nazionale. Ella – aggiunge – ne ha potuto vedere moltissimi raccolti o dispersi in più stanze, anche estranee, e non sono tutti; tutti verranno raccolti e ordinati nel nuovo locale appositamente costruito; e il Museo trivigiano del Risorgimento Nazionale, che conto venga inaugurato […] pel giugno 1911, non sarà inferiore forse a nessun altro delle venete città, e Treviso avrà il vanto d'aver costruito, allo scopo, apposito locale; e forse nessun'altra città italiana, tranne forse Torino colla mole Antonelliana e Roma coi locali assegnati nel Monumento a Vittorio Emanuele avrà fatto altrettanti...».

In letterina del 13 marzo 1911 (n. 3632 di pari data) Bailo scrive: «Il giorno 17 marzo [ricorrendo il cinquantenario della proclamazione del Regno d'Italia] conto di mettere su il primo trave del tetto del fabbricato del Museo del Risorgimento Italiano, di cui il giorno 10 agosto decorso nel cinquantenario [sic] della nascita di Cavour ho posto la prima pietra […] saranno scoperte le iscrizioni storiche del nostro Risorgimento; si deporrà nella parte delle fondamenta ancora aperte una bottiglia col Breve Recordationis...».

Lo stato dei lavori è aggiornato con la comunicazione del 31 maggio 1912, nella quale afferma, al 3° punto, che è «finita o quasi da due parti la decorazione esterna del 3° fabbricato Museo del Risorgimento» (n. 7551 del 1/6/1912), comunicazione di cui l'assessore Zoppelli prende atto, come da nota attergata.
Ma è con lunga nota del 1° novembre 1912 (n. 15903), in risposta ad invito sindacale n. 15502(12), che Bailo rassicura l'amministrazione sulla bontà del progetto e della esecuzione dell'edificio destinato a Museo del Risorgimento. Scrive infatti l'anziano conservatore:

Parlando dell'edificio terzo: Museo del Risorgimento (poiché non credo che sugli altri tre sia nulla da dire) io ho fatto fare secondo le istruzioni dell'Officio tecnico fondamenta solidissime a mattoni nel perimetro e bettonata negli angoli pei pilastri, e al centro per la colonna; e prima di procedere oltre ho provocata l'ispezione del Sig. Ingegner Capo, e, avuta l'approvazione, ho tirato su d'intesa i muri nello spessore, i perimetrali nuovi, di cent. 40 per tutto il primo piano, e di cent. 26 pel secondo , con rinforzi di lesine agli angoli e ai fori, e feci eseguire i due solai e il tetto; e quando dubitai che il solaio inferiore non fosse a sufficienza portato da un solo filo armato, che si suppose per sé bastasse; quando pel troppo spessore del pastone del terrazzo diede segno di cedere, ne aggiunsi due laterali, ognuno di pari forza e di miglior esecuzione; e ciò fatto denunziai tutto l'avvenuto all'Officio tecnico che fece l'ispezione a travi scoperti; e secondo le indicazioni datemi risanai il trave mediano, onde pareva che, avendo così triplicata la forza, avessi raggiunta una stabilità più che sufficiente, e così venni autorizzato, pur troppo solo a voce, a procedere alla copertura del pavimento terrazzo e all'orditura del soffitto della scuola(13), soffitto che per fortuna non fu subito intonacato. Tutto pareva quindi finito, quando quasi due mesi dopo ricevetti ordine di aggiungere due altri travi ai due solai, né me ne fu determinata la natura e la forza; e risposi subito, che, sebbene no'l credessi necessario, volentieri il farei per maggior cautela e sicurezza. Subito infatti feci eseguire pel solaio superiore il rafforzamento mediante un sistema di travi che mi possono giovare a formare il soffitto a cassettoni alla ducale, rafforzamento sufficiente, calcolato il minor peso del pavimento a tavolato. Sopracedetti [sic] invece pel solaio inferiore, causa le scuole e in attesa anche che, seccandosi il pastone, calasse il peso; e in attesa pure di veder se si manifestassero in esso screpolature; e invece è tutta la massa intatta. Ma nell'agosto, al cessar delle scuole, fatte per lettera all'Officio Tecnico alcune considerazioni, richiesi volesse rifar l'ispezione; dopo la quale, ricevuta lettera ben ragionata, che se non era proprio necessario, pure considerato lo scarso coefficiente dei travetti e data la qualità inferiore del moderno legname, era prudenziale aggiungere i due travi, ai tre già in opera, risposi che così si farebbe senz'altro. Colla stessa lettera chiesi istruzioni sulla forma in legno; e poiché mi fu tardata la risposta, vedendo anche la difficoltà di far uso del legno, e tenendo conto di quello che il Sig. Ingegner capo m'aveva detto incidentalmente dell'uso possibile di travi di ferro, mi decisi pel ferro, e ne trattai l'acquisto al negozio Tramontini(14), chiedendo pur con nuova lettera di che spessore dovessero essere; e quando mi fu il giorno 29 indicato di cent. 20; il giorno 30 erano già sul terreno, e ne diedi avviso all'Officio Tecnico, aggiungendo che se si dubitasse della capacità de' miei operai, mi si indicasse pure chi meglio potesse metterle in opera. Faccio tuttavia notare che per tutto quello che è ferro e statica mi valgo dei consigli e dell'opera del capomistro Sig. Eugenio Loschi.(15)

Tutta questa corrispondenza, che prova come io mi sia tenuto sempre in relazione, per le insorgenze o pericolose o difficili, coll'Officio Tecnico, è passata direttamente con esso, per evitare le noie alla Segreteria generale, e i maggiori ritardi all'opera. E che io mi dovessi tener sempre in comunicazione coll'Officio Tecnico per la parte statica m'era stato commesso colla commissione stessa colla quale mi fu demandata la parte artistica, ad esso riservata la statica. Che se per deferenza mi si lasciarono far i lavori andanti; per i difficili e pericolosi sono sempre ricorso ad esso, e ho desiderate e provocate le ispezioni che d'altronde sono nel suo diritto e dovere. Ora dal tenore della Sua nota parrebbe quasi, e lo noto con dispiacere, che io avessi celato difficoltà insorte, o fossi avverso a una ispezione d'officio che possa assicurar meglio l'opera a cui sono interessato moralmente ed economicamente.
Credo S.S. Ill.ma conosca la mia prudenza. È mai possibile che celando difetti o difficoltà, dopo i disastri toccati al Municipio nelle Scuole Gabelli, in quelle di S. Antonino, o altrove, nella Barriera Calvi, io arrischi, per imprudenze, il mio interesse, perché già sono interessato nell'opera con molte migliaia di lire, o il mio onore, compromettendo colla mia responsabilità, quella del Municipio che mi deferì tanta fiducia? È vero che io sono incompetente in statica e ho un capomastro, che non è altro che un mastro muratore; tanto più dunque conscio della mia responsabilità usai cautele e chiesi consigli, né solo all'Officio Tecnico, ma a quanti amici periti in arte visitarono queste fabbriche, a tutti, quasi, aperte. Ho la coscienza d'altronde di aver fatto fondamenta solidissime, di aver impiegato i materiali migliori della piazza, malte quali certo nessuna impresa, di aver fatto fare o riformare quanto mi fosse risultato o indicato difettoso. Nessuna incrinatura è comparsa nei muri; i due pavimenti percossi di tutta forza di persona robusta e pesante non rimandano ripercossa. Ho la soddisfazione sopratutto che per le cautele usate appunto dal mio capo mastro a cui ho fatte le più vive raccomandazioni per la incolumità degli operai, in cinque anni di lavoro, non è avvenuto il minimo infortunio, e pagate oltre 200 lire in assicurazioni, non ne riscossi che sette, perché un manuale, a terra, facendo la malta si contuse un dito; mentre tre anni sono, proprio oggi 1° novembre, col tracollo d'una cornice nelle scuole qui in faccia(16), restarono, morto un uomo e due feriti. Per tutto questo io sono sicuro che l'ispezione ordinata da S.S. Ill.ma riescirà a mia piena soddisfazione; e lo sono sicuro, perché quella che ho fatto fare da persona tecnica di mia fiducia e interessata al mio onore, fatta quindici giorni prima, ma rifatta il giorno 29, quando ricevetti, e le comunicai per suo lume, la nota del Municipio, mi affidò che tutto è a più che sufficienza per la solidità statica; con che non si toglie che il Municipio sia sempre padrone di aggiungere ad esuberanza di cautela tutti i maggiori rinforzi che vorrà e sarà molto meglio. Eccole il tutto a sua tranquillità e mia giustificazione.

Il 6 novembre 1912 Bailo annuncia all'amministrazione che le quattro fabbriche del Museo costruite su via Caccianiga sono visitabili quanto all'esterno e che l'11 novembre, dopo la rivista militare (che all'epoca si faceva in Borgo Cavour), egli sarà disposto ad illustrarle ai cittadini e visitatori. Ma sa già che non sono tempi da ottenere facili finanziamenti. Scrive infatti, nel Bollettino datato 11 novembre 1912 (p. 7):

Questo grandioso edificio [i.e. il grande fabbricato del Museo del Risorgimento] condussi innanzi col favor pubblico e coll'assenso della Amministrazione Comunale di allora, la quale mi mise sull'avviso che essa, durando e potendo, mi avrebbe secondato e ajutato, che però non poteva assumere responsabilità nella crisi in cui era. Io continuai tuttavia nella fabbrica e nelle spese, assumendone la responsabilità morale e civile, e nella speranza che ogni altra amministrazione mi avrebbe assecondato in questo nobile pensiero che Treviso prima forse di ogni altra città italiana costruisse di fondo un apposito edificio per il Museo del Risorgimento Nazionale. […] Quando l'anno scorso ebbi conferenza al Municipio colla nuova Amministrazione e riassunsi a voce le idee tante volte da me comunicate d'officio per iscritto e che qui sono accennate esposi anche il pensiero di questo quarto edificio [i.e. quello d'angolo a nord-est], in genere lodato e promesso di assecondamento, quanto lo permettessero i mezzi del Comune. Io dunque ora lo presento effettuato da me con spesa che non eccederà certo i mezzi del Comune, perché per il concorso dei fondi annui della Deputazione Provinciale e per i risparmi da me fatti nei fondi ordinari della Biblioteca e del Museo, alla resa dei conti, non risulterà una grande somma; certo di molto minore che se il Comune avesse condotto l'opera per impresa o per economia.
Io devo qui dunque ringraziare tutte le amministrazioni comunali e la passata e l'attuale, che mi diedero piena loro fiducia e mi lasciarono libertà di condurre il lavoro a mio modo; la Deputazione Provinciale che mi assentì di spendere nella fabbrica i fondi che propriamente erano assegnati ad acquisti ecc. ecc.

 

Ancora nel luglio 1913 da uno scambio epistolare fra Bailo, la civica amministrazione e l'ingegnere capo Remo Milani apprendiamo come entro la prima decade di quel mese si sarebbe fatto «il soffitto alla grande aula del Museo del Risorgimento» (lettera n. 8707 del 6 luglio) per nasconderne le travi e, nonostante che il Milani, chiamato in causa, si dissoci, non essendo – a suo dire – «assolutamente possibile garantire che le attuali condizioni statiche possano in un vicino domani subire qualche pericolosa modificazione», la storia ci fa capire come almeno in questo caso avesse torto.È perciò una tegola contro la buona fede e le speranze del Bailo il fatto che nel luglio 1914, alla sua richiesta (27 giugno, n. 8021) di finanziare i fondi necessari all'andamento degli istituti di cultura superiore, la nuova amministrazione, sul parere negativo della Ragioneria municipale, richiami il conservatore all'urgenza di render conto dell'arretrato non ancora sanato. Anzi un passaggio della relazione del Ragionier capo recita: «bisogna ricordare che al prof. Bailo, per ragioni di bilancio, furono negati fondi per proseguire nei lavori del Museo del Risorgimento ed altre costruzioni... Egli ha dato corso medesimamente ai lavori. Come, non si sa! Certamente con mezzi propri e forse col credito. [...] Si potrebbe dire che il Comune è ben fortunato di vedere espletarsi certi servizi senza nulla spendere» (al n. 8704 del 1914). Il che non significa che l'amministrazione comunale disconoscesse l'esistenza di un Museo del Risorgimento, tutt'altro! Se anche il ragionier Francescato ha ben presente la questione, ciò significa che l'amministrazione (la nuova come la precedente) era pur al corrente di questa iniziativa edilizia, sulla quale veniva – come abbondantemente visto dalla corrispondenza intercorsa – costantemente aggiornata, anzi ne aveva 'metabolizzato' non solo la progettazione ma anche la realizzazione, né mai aveva contraddetto sul punto le idee del Bailo, cui chiedeva in buona sostanza di regolarizzare i conti: col senno di poi possiamo dire che non poteva essere altrimenti, tanto più che essa amministrazione si sarebbe trovata (il testamento del 1909-1918 infatti avrebbe sanato ogni questione di diritto) titolare di un'istituzione di enorme entità e complessità senza quasi sborsare una lira! Certo, potendo contare solo sulle sue risorse economiche, Bailo è costretto a rallentare tutte le opere di rifinitura e di allestimento delle esposizioni nei nuovi locali.

Ancora nella Relazione dell'8 ottobre 1915 (prot. n. 13406: siamo nel primo anno di guerra) Bailo avverte: «I lavori del museo, quanto all'esterno dei fabbricati si possono dire già quasi finiti, e il museo del Risorgimento si sarebbe potuto inaugurare ancora nell'anno in corso, se non fosse sopravvenuta la guerra, per cui fui consigliato di soprassedere. Invece i lavori di complemento interno, già quasi finiti, si sono pel momento sospesi, e continuano solo con qualche dì settimanale...».

Bisogna ricordare che, con la riduzione di Treviso a zona di guerra, i locali del museo-biblioteca furono requisiti dal militare all'indomani del 24 maggio 1915. La protratta sospensione per gli eventi, con l'esodo della città dopo Caporetto, lo sgombero delle stanze da ogni opera d'arte, le manomissioni e i tentativi di furto che pur furono perpetrati dai militi nei locali vuoti o semivuoti(17) finiscono per relegare nel dimenticatoio ogni ambizione di completamento dei lavori intrapresi e già pronti per l'inaugurazione alla vigilia dell'entrata in guerra. Nell'immediato dopoguerra non si fa questione se non di riparazione dei danni, di rappezzamenti, mentre incombono altri gravi problemi: la cessione del palazzetto in Piazza dei Signori, ove era allogata la Pinacoteca, alla Cassa di Risparmio della M.T.; la coabitazione con l'Asilo Garibaldi e con il Liceo Canova; la necessità di aule per la Scuola serale e domenicale di arti e mestieri dopo lo sloggio del Liceo; la concentrazione degli archivi demaniale e comunale antico: sono, questi, continui grattacapi per il Bailo, che, molto anziano, ha difficoltà – nonostante la tenacia – di far passare le sue idee e le sue proposte al cospetto di un'amministrazione assai miope per non dire taccagna quale fu la giunta Bricito. E tuttavia, anche in sordina e nonostante i veti incrociati di Ragioneria ed Ufficio tecnico municipale, nella sala dedicata al Risorgimento Nazionale prendono ad affluire gli oggetti.
E intanto l'uomo continua ad accumulare ricordi e cimeli destinati ad accrescere il patrimonio del Museo del Risorgimento (che ormai da tutti è riconosciuto come tale).

Nota 11
Da Bailo riscosse in quattro rate di mille lire l'una, cfr. conto consuntivo 1910.

Nota 12
Era preoccupazione del sindaco, per notizie avute forse dall'ufficio tecnico comunale, che le nuove fabbriche del museo non fossero costruite a regola d'arte.

Nota 13
S'intendono i sottostanti locali dell'Asilo Garibaldi.

Nota 14
Antico negozio di ferramenta in Borgo S. Tommaso, condotto in questi anni da Giuseppe Tramontini.

Nota 15
Eugenio Loschi (1836-1913) era titolare di un'officina meccanica e fabbrile con sede in Contrada delle Cappuccine, assai prossima alle fabbriche del museo.

Nota 16
Si tratta delle scuole elementari De Amicis.

Nota 17
In relazione ad effrazioni e possibili furti perpetrati nel 1918 e ancora nel 1919 da militari, oltre a quanto denunciato dal Bailo, occorre segnalare una comunicazione del poeta Giulio Gottardi (1865-1958) al commissario prefettizio del 25 maggio 1918 (n. 4854), quando scopre un caporale di fanteria infiltratosi nei locali del Museo, mentre un altro milite sorpreso si dà alla fuga, la porta del Museo napoleonico divelta, scassinato il tiretto del tavolo ivi ubicato. «Non so quali i furti» conclude Gottardi.

 

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