IL MUSEO DEL RISORGIMENTO DI TREVISO
IL MUSEO DEL 55° REGGIMENTO FANTERIA "MARCHE"

Di STENO ZANANDREA con uno scritto di ENZO RAFFAELLI e la collaborazione di Stefano Fumarola e Andrea Castagnotto

testata


Premessa di metodo

1. Prologo

2. La mostra del 1898

3. Primi doni

4. Le fabbriche del Museo

5. La gestione fino al 1932 A

6. La gestione fino al 1932 B

7. Inventario Reduci P.B.

8. Nel dopo-Bailo

9. Entra in scena il Comitato

10. Guerra

11. L'intermezzo del 1943

12. Il secondo dopoguerra

13. Nuovi doni

14. Un infelice connubio

15. Tessari e Ca' dei Ricchi

16. Ultima illusione

17. Appendice "A": inventari

18. Appendice "B": Mostre

19. Appendice "C": Normativa

20. Rassegna Stampa

21. Come tutto è cominciato

22. Museo Storico del 55 Marche

23. Un tentativo di ripetizione


Pegoraro

Giuseppe Pegoraro, figlio di Cesio, indossa la divisa dell'araldo,
che nel 1838 si recò a Milano ad omaggiare l'imperatore.
Museo del Risorgimento.

Olivi


Un particolare tratto dal dipinto "Il podestà Olivi dichiara decaduto il regime austriaco dal pronao del duomo", di G. Pavan Beninato.j. Museo del Risorgimento



Duomo

Un altro particolare tratto dal dipinto "Il podestà Olivi dichiara decaduto il regime austriaco dal pronao del duomo", di G. Pavan Beninato.j. Un giovane scrive "Viva l'Italia" su una delle colonne. Museo del Risorgimento


linearossa

Doni, acquisti e organizzazione fino al 1932 (parte seconda)
Questo per conto del Municipio. Da parte sua Bailo concorda con le sorelle Rita e Sofia Felissent eredi del conte Gian Giacomo l'acquisto per il Museo, al prezzo di 300 lire, di tutta quella parte della Raccolta Napoleonica che non era andata all'asta. Si tratta di una quantità considerevole di pezzi, che Bailo si affretta a prenotare unitamente alle relative vetrine e cavalletti, temendone la dispersione. Nel riferirne alla Civica Amministrazione (lettera n. 8969 del 20 luglio 1914), egli parla di «roba» (cioè «oggetti» e «stampe») che, esposta com'era su cavalletti, «riempiva tutta una grande sala, e in vetrine due stanze». Saranno trasferiti in Museo nel maggio 1915, nell'imminenza dell'occupazione militare di Villa Corner. Da lettera del 23 maggio 1915 (n. 6974) sappiamo che Bailo liquiderà soltanto Rita, mentre l'altra metà dell'importo, spettante a Sofia, sarà devoluta, per accordi con quest'ultima, all'esecuzione di un ritratto del defunto conte da sistemarsi a complemento della Raccolta Napoleonica da quello fondata: per il pastello, che verrà esposto nel mese di marzo 1916 in un negozio del Calmaggiore, Giovanni Apollonio riscuoterà 150 lire (lettera n. 3400 del 19/3/1916). È dunque palese da questa corrispondenza che il ritratto di Felissent ha una destinazione diversa da quelli dei podestà Olivi e Giacomelli e poi dei sindaci Bianchini e Mandruzzato: come pertinenza della Raccolta Napoleonica va quindi ad integrare il patrimonio del Museo del Risorgimento, al pari del ritratto fotografico del generale Michieli (ved. qui sopra, nota 16).

Non si può in linea di massima invece parlare di incrementi della sezione risorgimentale durante i mesi più cruciali della Grande Guerra, cioè in particolare dopo l'esodo della città dell'inverno 1917/18, quando il problema è inverso: cercar di salvare il salvabile(21). Se infatti le cose d'arte non comunali trovano l'attenzione dell'illustre letterato capitano Ugo Ojetti, futuro accademico d'Italia; se i dipinti della pinacoteca sono affidati al soprintendente Fogolari; e se ai preziosi reperti bibliografici e documentari della biblioteca comunale provvede il funzionario veneziano Roberto Cessi(22), poi storico e accademico linceo; non c'è certezza di destinazione nella corrispondenza per quanto riguarda le cose del Museo del Risorgimento. Trattandosi peraltro di cose tutte trasportabili, è ragionevole credere che esse siano passate a Bologna (e di qui a Castel S. Angelo) o a Pisa(23). E tuttavia in una lettera del commissario prefettizio Agostino Battistel alla nobile Santina Giacomelli, datata 20 maggio 1918 (n. 4675), costei viene ringraziata per aver donato al Museo civico «lo spadino che cingeva nelle occasioni solenni il nonno suo cav. Luigi nob. Giacomelli ultimo podestà di Treviso» in epoca austriaca. Iniziative interessanti, a nome della sezione risorgimentale del Museo, Bailo promuove perché resti traccia degli eventi bellici, di portata epocale, di cui il Museo dovrebbe rogare documenti nella forma notarile del “breve di memoria”, «mentre sono ancora freschi i ricordi delle persone che vi presero parte», come scrive nel Gazzettino del 3 ottobre 1918(24), mentre da una nota in posizione d'archivio (n. 4197, del 8/5/1918) apprendiamo che ha «commesso al pittore trivigiano Apollonio […] di farmi uno schizzo o bozzetto della carica eroica Reggimento Novara».

Un fatto importante per la storia delle raccolte museali è la comunicazione che Bailo fa con lettera del 19 giugno 1918 a Battistel, su richiesta di quest'ultimo. Siamo nel pieno della battaglia del solstizio, cioè di massima incertezza per i destini del nostro Paese. In sostanza Bailo conferma nella lettera al commissario prefettizio il contenuto delle sue volontà, quali aveva già stese nero su bianco quasi nove anni prima, il 24 dicembre 1909, alle pagine 13, 14 e 15 del Quaderno F 6 dei registri inventari del Museo, e cioè la promessa di una donazione universale mortis causa posta al riparo da ogni e qualsiasi ricorso, sia da parte sua che dei suoi eredi. È ovvio che in questa donazione sono inclusi anche gli oggetti di indole patriottica od acquisiti con tale finalità, ancorché le partite con il municipio non fossero regolarizzate, per il solo fatto di essere od esposti nelle sale del Museo o solo depositati nelle sue pertinenze, essendo il deposito una prerogativa di cessione incondizionata. Forse furono queste clausole che spinsero l'amministrazione Bricito, di ritorno dal profugato, ad affrettare una inventariazione dei beni, la quale per forza di cose si protrasse per parecchi mesi nel 1919(25).

Al rientro delle raccolte museali e d'arte fra fine luglio e fine agosto di quell'anno (particolarmente penose le vicende della civica pinacoteca(26), la cui sede nella centralissima piazza dei Signori era andata venduta nel frattempo alla Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana, e che nei nuovi angusti e precari locali di palazzo Zuccareda in Cornarotta ebbe totalmente stravolta la sua organicità), si pone infatti urgente la questione inventariale, che Bailo, rispettoso della promessa su cui aveva impegnato il suo onore, non avrebbe certamente affrontata, convinto fosse sufficiente che ogni cosa ritornata (quindi anche i cimeli del museo del Risorgimento) andasse a rioccupare il suo posto. Ma col ritorno le pressioni dell'amministrazione Bricito e del soprintendente Fogolari impongono la redazione degli inventari delle sezioni, per sceverare le cose comunali da quelle di proprietà del conservatore. Fin dai primi di settembre, alle costole del Bailo la Soprintendenza mette la dottoressa Eva Tea, che avrebbe avuto un futuro di storico dell'arte a Brera ed alla Cattolica di Milano; ma che intanto esercita un odioso ruolo 'fiscale' di ispettrice fra le stanze e gli anditi, gli armadi e i tiretti del museo civico. Gli schedoni vergati dalla onesta calligrafia del fido custode Giovanni Brotto, sotto questa spinta, appaiono la cosa più inutile che la Soprintendenza potesse pretendere, fatti come sono con finalità puramente numerica per accontentare l'autorità tutoria e totalmente sprovvisti di qualsiasi parvenza di scientificità anche per l'epoca in cui furono prodotti; al contrario dei pur farraginosi quadernetti sui quali il Bailo era solito annotare i 'pezzi' assicurati alle civiche raccolte. Solo raramente infatti viene qualificata l'individualità degli oggetti(27). Numerati gli schedoni progressivamente all'interno delle serie inventariali omogenee, queste sono così classificate:

Autografi e manoscritti
Bottoni d'uniformi militari – Guardia Nazionale – Rep. Francese ecc. ecc. (così la carpetta)
Medaglie
Oggetti e ricordi
Quadri
Sigilli
.

Di suo pugno Bailo appone qualche nota di servizio, a beneficio dell'amministrazione civica e dell'inviata ministeriale, come si riscontra negli schedoni relativi ai dipinti (chiamati «bozzetti») di Giuseppe Pavan e di Apollonio e Murani fatti eseguire per la mostra storica del 1898(28), nota che nella sua brevità può dare un'idea dell'articolata complessità del Museo del Risorgimento: sia l'uno sia l'altro bozzetto «è nella piccola stanza del Risorgimento e andrà nella grande sala. LBailo». L'ordinamento, quindi, del Museo del Risorgimento progrediva a rilento e in misura non definitiva.

E c'è da credere che tale misura non sarebbe stata colmata ancora per un pezzo, dovendosi sempre bilanciare gli incrementi patrimoniali con il criterio spaziale nel rispetto dei fondi costitutivi e dell'ordinamento cronologico. Il problema si acuisce in concomitanza col fatto che nei locali del Risorgimento sono appena affluiti nuovi cimeli provenienti dal dono Gabriele Fantoni(29), anzi da quell'ulteriore residuo che le eredi del notaio vicentino vollero conferire al Bailo pel Museo, dopo la grossa donazione fatta in vita a quello di Vicenza ed un primo lotto di doppioni affidato al municipio di Udine. Quello che nella lettera del 23 luglio 1919 (n. 12444) è definito dal Bailo solo una eventualità, si concreta nei giorni 24 e 25 luglio, quando il fidato Luigi Sorelli viene inviato alla villa di Mogliano, per seguire le operazioni di imballaggio e di trasporto a Treviso delle cose donate. Un mese dopo circa, questa massa gli suggerisce, in calce alla carpetta degli schedoni relativi ai Quadri, l'appunto seguente: «Siccome ora si aggiungeranno 6 quadri etc. della residua raccolta Gabriele Fantoni ritirati già al Museo bisognerà vedere come combinare e tenere distinte le due raccolte oggi 30 agosto 1919. LB». Non era certo facile districarsi fra le esigenze scientifiche dell'ordinamento e la congestione di cose così numerose e diverse che in un arco di tempo relativamente esiguo (con una guerra mondiale di mezzo) s'erano riversate nei pur capienti nuovi spazi museali dedicati alla memoria materiale ed intellettuale della recente vicenda risorgimentale; ed è quindi comprensibile come ancora nella comunicazione del 14 aprile 1921, che riassume la visita fatta tre giorni prima dal sindaco Italo Levacher, unitamente all'assessore di reparto Giuseppe Benvenuti ed al consigliere comunale Umberto Meropiali, oggettivata nella rassegna dei locali e verifica dello stato dei lavori per il riordinamento finale, il punto IV del verbale sia sbrigativamente liquidato con le parole: «riservato ad altra tornata il decidere sul riordinamento della sezione del Risorgimento Nazionale in correlazione col dono Fantoni».

Qualcosa ancora arriva negli anni seguenti: per es. nel 1927 la vedova del generale Emanuele Del Prà(30), signora Giovanna Zibardi, per onorarne le ultime volontà dona espressamente per il Museo del Risorgimento alcuni ricordi del marito: «berretto, sciabola, rivoltella d'ordinanza, sciarpa e speroni del Generale; cannoncino da trincea austriaco, conquistato presso il Piave dai fanti della 53° Div.; due pugnali di truppe d'assalto e mazza ferrata austriache; una bomba a mano e un'elica bomba d'aereoplano austriache, quest'ultima scoppiata presso il Comando della Brigata Emilia nelle vicinanze di Gorizia; un proiettile completo austriaco, caduto senza esplodere sul Mrzli, dove il defunto nel 1915-16 comandava il 28° Regg. Artiglieria da campagna; due pistoloni arabi, presi presso Ain-Zara dai fanti della I Divisione, di cui il defunto nel 1911-12 era Capo di Stato Maggiore; riuscita fotografia del Generale, in alta uniforme, eseguita l'11 novembre 1925 in Treviso». Nella lettera con cui ne dà comunicazione (n. 5267 del 6 aprile 1927), Bailo insiste perché venga istituito presso lo stesso Museo del Risorgimento un Museo delle Tre Vittorie alla Piave, del quale i ricordi del generale Del Prà dovrebbero costituire una prima dotazione. Per la verità fu sempre Gianluigi Coletti a rivendicare la paternità di questa nuova idea(31), che forse suggerì al Bailo e che questi adottò facendone ampia pubblicità sulla stampa locale fin dal 1924(32), emanando anche di quando in quando fra 1930 e 1931 fogli volanti od altre brevi pubblicazioni d'occasione sotto la testata del Museo delle Tre Vittorie alla Piave(33), del quale portava il titolo di segretario(34).

Del 6 ottobre 1927 è invece una ricevuta di lire quattordici, che Bailo versa a tale Giuseppe Marchiori per vari oggetti, fra cui un cinturone con cartucciera di cuoio, arabo, «portati dal sottoscritto da Cirene», probabilmente al tempo della spedizione libica.

Il 1928 vede una febbrile attività del Bailo risorgimentista, per non mancare alla duplice ricorrenza: a. dell'ottantesimo anniversario del 1848; b. del decimo della Vittoria di Vittorio Veneto. Così annuncia fin dal maggio l'intenzione di ordinare tutta la sezione museale del Risorgimento in anticipo per il convegno trevigiano della Dante Alighieri (lettera del 4/5/1928, n. 7358), mentre affida all'anziano pittore Federico Petrin l'esecuzione di due dipinti ad essa destinati: uno che rievochi la morte del generale Guidotti, l'altro la benedizione impartita dal vescovo Sebastiano Soldati ai 'crociati' in marcia per Vicenza(35). Federico Petrin(36), detto Valonta, era un onesto artigiano, pittore decoratore, con cinque figli a carico (tre altri erano morti in tenera e tenerissima età), cui Bailo commetteva di quando in quando lavoretti per il museo(37). È evidente nella esecuzione che l'artista, lungi dall'inseguire supposti valori estetici, mira invece a proporre una verità storica quale gli veniva suggerita dal committente, che infatti s'era speso recentemente (1924) in ricerche ed argomentazioni circa il giorno ed il luogo esatto dei Passeggi fuori Porta S. Tomaso dove il Guidotti era stato ferito a morte, per emendare un dato errato che la storiografia continuava a perpetuare(38).

Per conto proprio Bailo intende celebrare i fasti del 1848 con una serie di iscrizioni storiche da apporre in varie località della città e, «sotto il portico del Museo del Risorgimento» in via Caccianiga, «quella sui fucilati dall'Austria in Treviso» (lettera n. 15675 del 30 settembre 1928), nonché «la grande iscrizione di quelli di Mogliano che furono fucilati a Mestre» (lettera senza numero, al Commissario prefettizio E. Lauricella del 30 luglio 1929). Pure nel 1928 fa installare sul terreno di via Caccianiga, proprio di fronte al Museo del Risorgimento, il cippo funerario di Jacopo Tasso(39), fucilato fuori di barriera Garibaldi (allora Portello) nel 1849; mentre nella stessa comunicazione riproduce il testo delle iscrizioni storiche fatte dipingere nelle pertinenze del Museo del Risorgimento.

Sul finire del 1929, in seguito ad accordi con il presidente della cessata Società Veterani e reduci delle Patrie Battaglie di Treviso, affluiscono al Museo del Risorgimento i sottoelencati oggetti, di cui Bailo si affretta a dare riscontro in una nota al Commissario prefettizio del 19 novembre (n. 17959), lamentando peraltro che non sono pervenuti: a. bandiera di stoffa, con nastro e bastone foderato di velluto e lancia di metallo – dono di Garibaldi; b. panno funebre, con lettere metalliche argentate, 4 cordoni e fiocchi di filo argentato; c. medaglia d'argento con 7 fascette di campagne di guerra (ma da una nota firmata da Luigi Sorelli apprendiamo che egli ricevette il panno funebre e la bandiera della cessata Associazione, «da conservare nel Museo del Risorgimento» come suggerito dal commissario Lauricella).


Nota 21
Ma Bailo non omette di raccomandare al commissario prefettizio (nota del 30 dicembre 1917, n. 1176) di raccogliere e mettere da parte per il Museo del Risorgimento e per la storia locale e generale di questi mesi dolorosi fine ottobre, novembre e dicembre 1917, tutti gli avvisi, manifesti ordinanze, sentenze pubblicate in Treviso o quivi affissi. – Già comunque precedentemente, e cioè all'atto di consegna dei locali al militare per il Concentramento postale (23 maggio 1916) viene redatto in tutta fretta un verbale-memoria di consistenza, da cui risultano le seguenti dislocazioni della raccolta napoleonica: «II. nell'atrio della biblioteca: assito divisorio sul quale stanno appesi quadri napoleonici grandi e piccoli, i più grandi contati in n. 23 colle cornici e lastre […]; III. Al di fuori della biblioteca stanza attigua all'ingresso del Museo con porta nell'ingresso Asilo: in questa stanza erano depositati tutti i quadri e gli oggetti in casse e fuori di casse della Raccolta Napoleonica de Felissent, portati da S. Artemio, e dei quali è impossibile fare l'inventario e quindi bisognò lasciarli, anche nella fretta e nell'assoluta mancanza di locali in cui ritirarli, in buona fede; i detti quadri erano in casse e parte lo sono ancora, la maggior parte furono infissi alle pareti e contati più volte nella difficoltà di contarli hanno dato i sott'esposti numeri 172, 174, 180 e così quelli lasciati nelle casse non si contarono; piccolo essendo di ciascuno il valore singolo; e così gli oggetti di essa raccolta giacenti in tre casse da viaggio, lasciate aperte per mancanza di chiavi, e così rilasciato il tutto in buona fede, non potendo fare altrimenti. Sono tutte cose del Museo». L'emergenza bellica, se da un lato mette in primo piano la grande congerie di cose ammassate nel compendio architettonico-funzionale museo-biblioteca, dall'altro giustifica il mancato ordinamento, tecnicamente impossibile ad eseguirsi in poche settimane.


Nota 22
Sono agli atti un verbale di asporto del 5 nov. 1917 firmato da R. Cessi e G. Carlo Buraggi (dell'Archivio di Stato di Torino) di un primo lotto di «atti più antichi ed importanti dell'archivio presso il Museo civico di Treviso», in dieci sacchi; ed un secondo verbale a firma del Cessi, datato 3 maggio 1918, relativo a 52 sacchi di libri e documenti, 9 cassapanche artistiche, di cui cinque contenenti oggetti d'arte, una contenente pergamene di monasteri e le altre tre vuote, e 38 cassette contenenti ceramiche. Le cose di questo secondo verbale vennero restituite al municipio di Treviso il 18 luglio 1919.

Nota 23
Sulle peregrinazioni dei reperti museali e bibliografici dagli istituti di cultura trevigiani diretti dal Bailo cfr. S. Zanandrea, «Conservazione delle opere d'arte, bombardamenti e danni di guerra nella città di Treviso», in: S. Gambarotto, E. Raffaelli, S. Zanandrea, Fuoco dal cielo. I bombardamenti aerei sulle città del Veneto e i danni al patrimonio artistico 1915-1918, Treviso, 2008, p. 159-220.

Nota 24

La Brigata Treviso. Per le onoranze e per la storia. Sembra di capire che Bailo sia un precursore nel valorizzare la testimonianza orale.

Nota 25
Sulla questione inventariale cfr. S. Zanandrea, «Gli istituti comunali di cultura nella corrispondenza di Luigi Bailo», in: Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Comitato di Treviso (a cura di), Quaderni del Risorgimento, n.s., 3 (2005), p. 39-45.

Nota 26

Cfr. Zanandrea, «Gli istituti comunali di cultura...», p. 49-53.


Nota 27
Per es. nella serie “Quadri”, il n. 38 riporta: «Ritratto di Mons. Jacopo Bernardi. Disegno di Girolamo Tubino. – Genova Lit. Vellas-Jacomine», cui è aggiunta la nota: «con dedica ms. di Angelo Menegaldo [sic, ma Mengaldo] a Carlotta Pavan-Parodi». E, ancora, il n. 36: «Veduta della campagna romana dall'alto con effetto di tramonto. Bozzetto di Ippolito Caffi – 1847. Dono di Antonio Pavan», permette di identificare questo quadretto, originariamente destinato al Museo del Risorgimento, con il dipinto attualmente associato alle raccolte d'arte del Museo civico e inventariato come «P 292» (cfr. L. Menegazzi, Il Museo civico di Treviso, Venezia, 1964, p. 60-62; AA.VV., Una pinacoteca per l'Ottocento, Treviso, 2000, p. 63).

Nota 28
Ved. sopra, § 2

Nota 29
Gabriele Fantoni (Vicenza 1833 – Venezia 1913), patriota, si arruolò nella guardia civica di Vicenza nel 1848; laureatosi a Padova nel 1856, passò a Venezia nel 1857, dove fu notaio (1863) e conservatore dell'archivio provinciale notarile; raccolse cimeli che donò al municipio di Vicenza nel 1893, pubblicandone il catalogo, e riservando i doppioni alla città di Udine (1907). Poligrafo, scrisse più di 150 titoli e promosse una Rivista storica del Risorgimento italiano; autore di un fortunato romanzo storico L'assalto di Vicenza (Milano 1863), lasciò altresì una Storia universale del canto (2 voll., Milano 1873).

Nota 30
Emanuele Del Prà, generale di brigata a riposo, era morto il 14 febbraio 1927 a Treviso nella sua residenza di Villa Bianca, sul curvone di viale Nino Bixio da cui si diparte la via Siora Andriana del Vescovo. La villa esiste tuttora ed è attualmente occupata da una struttura sanitaria privata. Egli era stato Capo di Stato maggiore in Libia nel 1911, colonnello d'artiglieria comandante la brigata Emilia sul fronte italo-austriaco, indi comandante la LIII Divisione della III Armata nei giorni della battaglia del solstizio (1918), infine comandante la Divisione territoriale di Torino (1920). A Treviso era nato il 25 maggio 1861.

Nota 31
Così egli dichiara nella relazione sull'andamento degli istituti di cultura, presentata nel 1935, p. 26, sulla quale si tornerà più avanti. Coletti lo chiama "Museo delle Battaglie del Piave".

Nota 32
«Formiamo anche il Museo trivigiano della Vittoria», fervorino di Bailo in L'eco del Piave, 19 nov. 1924: poi rinnovato con nuove argomentazioni anche negli anni successivi, soprattutto dal Gazzettino (10 aprile 1927, 28 aprile e 15 dicembre 1929, 10 maggio e 25 giugno 1930) e dalla Voce fascista (6 novembre 1930, 19, 20, 21 agosto 1931).

Nota 33
Altrettanto aveva fatto per il passato sotto l'egida del Museo del Risorgimento, dopo aver quasi abbandonato l'iniziativa editoriale del Bollettino, forse perché troppo legata ad un'idea di periodicità per assecondare istanze limitate di portata tutto sommato giornalistica, pubblicando scritti d'occasione come Uno sguardo retrospettivo alla istruzione pubblica del ginnasio-liceo in Treviso (1924); Il gen. Alessandro Guidotti e il P. Ugo Bassi – Treviso, maggio 1848 (1924), ecc.

Nota 34
Ricordiamo che Presidente di questo Museo delle Tre Vittorie, che aveva un proprio statuto ed era finanziato dalla Deputazione provinciale, era il generale Augusto Vanzo, altra gloria militare trevigiana.

Nota 35
Ne dà comunicazione sommaria nella lettera del 30 luglio 1929, senza fare il nome del Petrin, e riepilogando in tal modo che «Così questo Museo del Risorgimento ha quattro grandi quadri storici di fatti trevigiani del 1848, cioè oltre questi due, quello in cui sulla gradinata del Duomo il Podestà Giuseppe Olivi il 23 marzo 1848 proclamò la caduta del Governo austriaco e l'istallamento del Governo provvisorio e l'altro quadro che rappresenta la carica dei dragoni pontifici nella battaglia di Cornuda». Non fa cenno invece del dipinto di Murani che rievoca la sortita di Mestre, che non viene menzionato nemmeno nella Guida del 1898.

Nota 36
Petrin, non Pedrin, come ripetutamente scrive Gerhardinger (Treviso la città rappresentata. Catalogo [della mostra] a cura di M.E. Gerhardinger e E. Lippi, Treviso, 2009, p. 87; e All'alba dell'Unità. Il Quarantotto di Luigi Bailo, Treviso, 2011, p. 9), e sulla sua scia anche Elena Marconato, La raccolta iconografica trevigiana: una preziosa fonte per la pittura trevigiana, Tesi di laurea discussa presso l'Università Ca' Foscari, a.a. 2008-2009, p. 320; e 1928, non 1898, come viene dalle medesime studiose datato, sia pure dubitativamente, il dipinto che rievoca la morte del generale Guidotti. Se così fosse, non si capirebbe come mai il Bailo non inserisca questo dipinto nella sua Guida alla mostra del 1898 (cfr. sopra, § 2) – Federico Petrin era nato a Treviso nel 1859 e vi morì nel 1942.

Nota 37
Da ricevute varie risulta che fu impiegato dal Bailo per dipingere le iscrizioni esterne del Museo, nelle «stanze del dono Fantoni» e nella sala dei gessi (1929-30), ma anche per il restauro della pala di S. Teonisto (1930); e per intervento di stuccatura di una terracotta del sec. XV (1928).

Nota 38
Cfr. Bailo, Il gen. Alessandro Guidotti..., cit. qui sopra, nota 33, a rettifica di nozioni diffuse dalla storiografia e memorialistica maggiormente accreditate: F. Borel-Vaucher, Trévise en 1848, Neuchâtel 1854, G. B. A. Semenzi, Treviso e sua provincia, Treviso 1864, A. Santalena, Treviso nel 1848, Treviso, 1888, e A. Giacomelli, Reminiscenze della mia vita politica, Firenze, 1893.

Nota 39
Cippo che attualmente si trova nel giardinetto di viale Tasso, ai piedi del bastione di Santa Sofia (loc. Ponte della Gobba).




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