IL MUSEO DEL RISORGIMENTO DI TREVISO
IL MUSEO DEL 55° REGGIMENTO FANTERIA "MARCHE"

Di STENO ZANANDREA con uno scritto di ENZO RAFFAELLI e la collaborazione di Stefano Fumarola e Andrea Castagnotto

testata


Premessa di metodo

1. Prologo

2. La mostra del 1898

3. Primi doni

4. Le fabbriche del Museo

5. La gestione fino al 1932 A

6. La gestione fino al 1932 B

7. Inventario Reduci P.B.

8. Nel dopo-Bailo

9. Entra in scena il Comitato

10. Guerra

11. L'intermezzo del 1943

12. Il secondo dopoguerra

13. Nuovi doni

14. Un infelice connubio

15. Tessari e Ca' dei Ricchi

16. Ultima illusione

17. Appendice "A": inventari

18. Appendice "B": Mostre

19. Appendice "C": Normativa

20. Rassegna Stampa

21. Come tutto è cominciato

22. Museo Storico del 55 Marche

23. Un tentativo di ripetizione





linearossa

Entra in scena il Comitato

Su queste difficoltà viene ad innestarsi anche la costante pressione del Comitato (allora Consulta) provinciale del neonato (1936) Istituto per la storia del Risorgimento(51).

Vivo Bailo, dell'azione di un Comitato a tutela del Museo del Risorgimento non si sentiva proprio il bisogno, nonostante che fin dal 1906 la normativa nazionale prevedesse organismi di tale natura e con tali scopi. Vivo Bailo, il Museo del Risorgimento era una realtà, per quanto ingolfato di roba e per quanto in continuo divenire. Le mutate ambizioni e politiche culturali e personali – anche a dispetto della buona volontà e dei vantati crediti(52) – diedero la stura a un complesso di conflittualità essendo prevalente l'interesse a dare finalmente respiro a una pinacoteca che si pretendeva di poter espandere con depositi ed acquisti mirati, dopo le asfittiche stanzette di Palazzo Zuccareda, a tutto scapito dei ricordi patriottici che richiamavano sovente alla memoria polvere di soffitte o di cantine.

Nella terza riunione del Consiglio direttivo del Comitato, del 21 ottobre 1936, il presidente Alfonso Calandri comunica di aver avuto dal podestà promessa «che saranno messe a disposizione della consulta due o tre stanze in maniera da poter ordinare il Museo del Risorgimento nei locali della [spazio bianco](53) entro il 1938»(54). Le continue dilazioni, i frequenti cambi d'interlocutori, il problema capitale ravvisato nella insopprimibile permanenza dell'Asilo Garibaldi in locali naturalmente vocati alle istituzioni culturali cittadine, danno la misura da un lato della perseveranza sì del Comitato, che ogni anno ripropone la questione del destino del Museo del Risorgimento trevigiano, ogni anno si spende presso la civica autorità per affermare le proprie attribuzioni in merito; ma dall'altro lato della generalizzata impotenza a percorrere una via sia pure provvisoria. Per colmo d'ironia, durante il periodo bellico, si arriva a ripresentare in due successive sedute del Consiglio direttivo del Comitato, rispettivamente il 25 gennaio 1941 e il 17 novembre 1942 (sono passati quasi due anni nel frattempo senza che sia stata possibile una maggiore assiduità) praticamente la medesima mozione:

Mai si dimenticò l'assillante problema cittadino e provinciale della sede del Museo del Risorgimento, problema che la stessa Presidenza Generale vorrebbe al più presto e ad ogni costo risolto. Noi, certi che le nostre Autorità Comunali faranno tutto ciò che è loro possibile per dare ad esso al più presto un'adeguata soluzione, mai l'abbiamo perduto e perderemo di vista, sperando che quella soluzione non debba essere lontana (qui il testo del '42, dopo la parola soluzione, è così modificato: derivi, come ci fu più volte promesso, dalla non lontana sistemazione in sede più adatta dell'Asilo infantile G. Garibaldi).

Dunque il 'Garibaldi', che da quei locali sloggerà soltanto negli inoltrati anni settanta del Novecento, presentato per decenni come la spina nel fianco dell'amministrazione che impedisce una qualsiasi risoluzione dell'annoso problema, diventerà, una volta liberati quegli spazi, assolutamente ininfluente, essendo nel frattempo mutati i bisogni della città. Ma questo negli anni Ottanta.

Nota 51
Ved. il diligente resoconto di A. Centin, «Il Museo del Risorgimento a Treviso: cronaca di un tentativo», in: Istituto per la storia del Risorgimento Italiano (a cura di), Il Veneto e Treviso tra Settecento e Novecento, XIV ciclo di conferenze, Treviso novembre '93 – maggio '94, p. 1-11. – Occorre non trascurare il fatto che il Coletti è membro della Consulta fin dalla sua costituzione e partecipa alle periodiche adunanze: dalla lettura dei verbali sembra che la sua reticenza fosse un deterrente contro possibili azioni efficaci (d'impulso) che avrebbero messo in crisi la sostanziale soggezione della Consulta, ma anche il ruolo di Coletti fra questa e l'Amministrazione comunale.

Nota 52
Nel 1937 i tentativi di acquisire alla pinacoteca tramite deposito alcuni dipinti dell'Ospedale civile, del Monte di pietà (allora: dei Pegni), delle Gallerie di Venezia e della Pinacoteca di Brera, ma anche dal Duomo e dalle altre chiese urbane, ancorché animati da ammirevole coerenza storico-artistica (Coletti voleva in altri termini riportare a Treviso pezzi che ne erano variamente usciti) si risolsero con un nulla di fatto, come risulta dai carteggi dell'epoca.

Nota 53

Reticenza o lacuna oggi difficilmente sanabile.

Nota 54
La 'promessa' che Fiorioli Banchieri fa all'Istituto (allora Società) è atto dovuto per rispondere alla precisa prerogativa che la legge 2124 del 1934, di conversione del R.d.l. 1226, riconosce a quest'ultimo là dove esplicita fra le sue attribuzioni (art. 4), la «formazione e sorveglianza dei musei del Risorgimento».

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