IL MUSEO DEL RISORGIMENTO DI TREVISO
IL MUSEO DEL 55° REGGIMENTO FANTERIA "MARCHE"

Di STENO ZANANDREA con uno scritto di ENZO RAFFAELLI e la collaborazione di Stefano Fumarola e Andrea Castagnotto

testata


Premessa di metodo

1. Prologo

2. La mostra del 1898

3. Primi doni

4. Le fabbriche del Museo

5. La gestione fino al 1932 A

6. La gestione fino al 1932 B

7. Inventario Reduci P.B.

8. Nel dopo-Bailo

9. Entra in scena il Comitato

10. Guerra

11. L'intermezzo del 1943

12. Il secondo dopoguerra

13. Nuovi doni

14. Un infelice connubio

15. Tessari e Ca' dei Ricchi

16. Ultima illusione

17. Appendice "A": inventari

18. Appendice "B": Mostre

19. Appendice "C": Normativa

20. Rassegna Stampa

21. Come tutto è cominciato

22. Museo Storico del 55 Marche

23. Un tentativo di ripetizione


linearossa

Come tutto è cominciato
di Enzo Raffaelli

Un pomeriggio di tanti anni fa, quando ero già da tempo presidente del Comitato di Treviso dell'Istituto per la Storia del Risorgimento, come spesso mi accadeva andai a fare visita a casa di Giovanni Netto, ex presidente, e memoria storica della città. Netto mi riceveva nel piccolo studio in via Lorenzo da Ponte e mi deliziava con le dotte risposte che dava alle mie domande. Quel pomeriggio, quasi all'improvviso, il professore mi chiese se ero andato a vedere i materiali del museo conservati nella mansarda delle scuole Gabelli. Sapevo poco e di quel materiale e di quel museo (che poi erano due, c'era anche quello del 55°). Il professore mi rammentò che, a norma di legge, al presidente del Comitato era delegata la sorveglianza dei reperti del museo.

Dopo qualche giorno mi recai al museo Bailo, in Borgo Cavour, per prendere gli accordi necessari per fare quella ricognizione. Per la prima volta vidi Andrea Bellieni, conservatore dei materiali del museo, da poco orfano del direttore Manzato, pensionato anticipatamente dall'amministrazione comunale. Bellieni, del quale non posso dire che bene, era in una singolare situazione: non era direttore come sarebbe stato logico essendo egli un fine conoscitore della materia, era invece relegato in una posizione ambigua in quanto dipendeva, per certi versi, da chi quelle competenze non aveva. Ci accordammo, il nome di Netto era una garanzia, per recarci, il giorno dopo, a visionare i materiali del museo. Il curatore precisò che i reperti non si trovavano alle scuole Gabelli, ma all'ex Gil, allora cantiere per la costruenda nuova biblioteca comunale, disse anche di non sapere chi avesse ordinato quel trasloco dalle scuole Gabelli.

L'appuntamento era per il mattino successivo. Davanti all'ex palestra mussoliniana c'erano Andrea Bellieni e il custode Valentino Baseggio, che aprì materialmente il locale, per il museo; io e il segretario Francesco Zanella, per l'Istituto. Quella porta sarebbe potuta anche rimanere chiusa: infatti non c'era fisicamente la possibilità di fare un passo nell'inestricabile groviglio che avevamo davanti. I materiali erano stati buttati alla rinfusa e quel locale era troppo piccolo per contenerli tutti. Ricordo i busti del Carlini rovesciati e danneggiati, le tele del Borsato e dell'Apollonio appoggiate ad un vecchio lavandino che sgocciolava, alcuni scatoloni con dei pannelli, con molte fotografie della Grande Guerra sotto una finestra da dove, quando pioveva, entrava acqua. L'impressione dipinta sui nostri volti era un misto di stupore, di sdegno e di incredulità. Accertato che non si poteva entrare non ci rimase che richiudere la porta e andarcene.

Il giorno dopo mi recai a palazzo Scotti dove allora aveva ufficio l'assessore alla cultura del comune, avvocato Letizia Ortica. Avevo chiesto un incontro urgente che gentilmente mi era stato accordato. Non ricordo cosa dissi, so solo che al mattino successivo ci ritrovammo all'ex Gil tutti gli attori del giorno prima, con l'aggiunta dell'assessore. A quella vista fu subito chiaro che la prima cosa da fare era quella di trovare un luogo per conservare scatoloni, quadri, busti, casse ecc.: un luogo che quantomeno consentisse di procedere ad una prima ricognizione. L'assessore s'impegnò e mantenne quell'impegno in un tempo ragionevole. I reperti trovarono rifugio in diversi locali almeno asciutti ed al riparo dalla pioggia e nei quali era possibile effettuare una ricognizione.

Non molto tempo dopo la signora Ortica lasciò l'incarico, il successore, dott. Chiole, confermò la scelta e assicurò che i materiali del Museo del Risorgimento avrebbero trovato degna sistemazione nei locali del Bailo in Borgo Cavour, una volta completati i lavori di sistemazione e ristrutturazione.

Nel corso del 2011, anno del 150° dell'Unità, inevitabilmente si è tornati a parlare del museo del Risorgimento trevigiano, o meglio, ne hanno scritto i giornali sulle pagine della cronaca cittadina. Alle domande dei giornalisti ho detto quello che penso sulla questione senza troppi giri di parole in modo che nessuno possa dire di aver capito male; tutte cose note che vado ripetendo da anni in tutte le sedi.

Il problema è e rimane sempre lo stesso. Cosa intende fare l'amministrazione cittadina dei materiali del Museo del Risorgimento e del Museo del 55° fanteria? Se decide di tenerli deve pensare, dopo aver ricostituito la collezione originaria, di procedere all'inventario e predisporre un serio piano di recupero e restauro: non è ammesso lasciarli nelle condizioni in cui si trovano. Se viceversa quegli oggetti sono giudicati inutili, di poco pregio, e disturbano ideologicamente l'attuale civica amministrazione, lo si dica chiaramente, assumendosi la responsabilità davanti ai cittadini, che sono poi i proprietari di quei reperti. Una terza via, quella di lasciar passare il tempo senza prendere delle decisioni, può essere anche comoda, ma non fa onore a chi persegue la dilazione.

Uno degli ultimi assessori alla cultura dell'amministrazione comunale, in replica alla proposta da me divulgata a mezzo stampa, di cedere i materiali ad altri musei o addirittura di venderli rispose, anche lui per via giornalistica, piccato e indignato perché – a suo dire – egli poteva vantare tra i suoi antenati un paio di garibaldini. Si riservava anche di parlare con me e prendere delle decisioni. Ma tutto è caduto nel dimenticatoio: anzi il contesto politico lo ha visto poi dimissionato.

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