IL MUSEO DEL RISORGIMENTO DI TREVISO
IL MUSEO DEL 55° REGGIMENTO FANTERIA "MARCHE"

Di STENO ZANANDREA con uno scritto di ENZO RAFFAELLI e la collaborazione di Stefano Fumarola e Andrea Castagnotto

testata


Premessa di metodo

1. Prologo

2. La mostra del 1898

3. Primi doni

4. Le fabbriche del Museo

5. La gestione fino al 1932 A

6. La gestione fino al 1932 B

7. Inventario Reduci P.B.

8. Nel dopo-Bailo

9. Entra in scena il Comitato

10. Guerra

11. L'intermezzo del 1943

12. Il secondo dopoguerra

13. Nuovi doni

14. Un infelice connubio

15. Tessari e Ca' dei Ricchi

16. Ultima illusione

17. Appendice "A": inventari

18. Appendice "B": Mostre

19. Appendice "C": Normativa

20. Rassegna Stampa

21. Come tutto è cominciato

22. Museo Storico del 55 Marche

23. Un tentativo di ripetizione

linearossa

Il Museo Storico del 55° Reggimento Fanteria Marche
di Enzo Raffaelli

Nel 2014, il Museo del 55° Reggimento Fanteria Marche, di stanza a Treviso fino al suo scioglimento, le cui raccolte erano state costituite anche grazie alle donazioni di molti cittadini che in quel reparto avevano prestato servizio militare, è stato trasferito a Padova per essere aggregato al Museo della 3 Armata. Con grande lungimiranza, il Ministero della Difesa, proprietario delle collezioni, ha scelto di esporle nella città del Santo per offrire loro una più degna collocazione, dopo che Treviso le aveva dimenticate per mezzo secolo sul fondo di un magazzino.

STORIA
Il 55° reggimento fanteria era rientrato a Treviso solo nel 1921. La guerra era finita da tempo quando i fanti bianco-azzurri tornarono nella caserma di via Canova. Con l'avvicinarsi del decennale della vittoria fu deciso di costituire un piccolo museo reggimentale all'interno della caserma Vittorio Emanuele II. Il colonnello Edmondo Rossi, comandante del reggimento, si prese personalmente l'incombenza di scrivere a tutti i comandanti delle armate della grande guerra affinché inviassero dei ritratti autografati e dedicati al reggimento. La stessa cosa fu chiesta anche a Gabriele D'annunzio che inviò, oltre alla foto, anche una lettera autografa indirizzata al comandante del reggimento. Gino Borsato, pittore e giovane ufficiale del 55°, dipinse due grandi tele raffiguranti gli episodi della morte di Edmondo Matter e Cesare Colombo, entrambi caduti sul Carso e medaglie d'oro al valor militare alla memoria. Altri dipinti con l'effigie del Re, del duca d'Aosta, del generale Vanzo, ecc. furono eseguiti per il museo reggimentale. Furono raccolte armi portatili e di reparto, cannoncini da trincea, sciabole, uniformi, carte topografiche, documenti, lettere, cartoline, ricordi personali, tra i quali un piccolo album con i disegni del giovane Matter, allievo dell'Accademia di Venezia, fotografie di guerra… insomma tutto quanto poteva essere utile per la costituzione di un piccolo ma significativo museo di guerra. A tutto questo, nel corso degli anni, si aggiungevano documenti vari, foto provenienti da donazioni, spesso purtroppo non documentabili. Visti i tempi, gran parte dei cimeli del museo riguardavano la Grande Guerra da poco conclusa.

Il museo del 55° era considerato dai trevigiani come parte integrante degli altri musei cittadini, infatti, era visitabile dal pubblico nelle ricorrenze, nelle feste militari, ma anche su semplice richiesta delle scuole e delle istituzioni. Giovanni Netto, a lungo presidente del Comitato trevigiano per la Storia del Risorgimento, ricordava quando il professor Tessari, docente al liceo, la domenica mattina accompagnava gli studenti alla visita del piccolo museo allestito al primo piano, nella cappella dell'ex convento caserma di via Canova.

Certo, un museo reggimentale è un luogo della memoria. I cimeli raccolti e conservati hanno valenza di ricordo, di testimonianza, di nostalgia per parenti ed amici persi e anche di esaltazione degli atti eroici compiuti da membri di quella piccola comunità di soldati. Dunque chi va a visitare quel tipo di museo ha altre motivazioni. Poco importa che gli oggetti conservati in quel luogo non abbiano grande valore artistico; sono testimonianze, ricordi che riguardano da vicino i giovani trevigiani che avevano lasciato la vita sul Monte Piana, sul Carso e, in grande quantità, in fondo al mare Adriatico, quando l'otto giugno 1916 quasi duemila giovani soldati morirono per il siluramento della nave che riportava il reggimento dall'Albania in Patria. Il ricordo di quel tragico evento è ben documentato dal grande modello del piroscafo Principe Umberto, dalle lettere del tenente trevigiano Gino Covra e persino da oggetti di vestiario, scampati a quella strage. Dunque quel piccolo museo della memoria era entrato a far parte della comunità cittadina e visitato da molte persone.

La costruzione di una nuova caserma a Dosson per il reggimento, iniziata verso la fine degli anni trenta, consentì lo spostamento del Deposito reggimentale e anche del museo, mentre i fanti del reggimento in quella caserma non misero mai piede. Il trasferimento consentì una migliore sistemazione dei reperti e quando, colui che quel museo aveva voluto, il vecchio comandante del reggimento Edmondo Rossi, ormai anziano generale, nel 1943, lo andò a visitare, vergò sul registro dei visitatori il suo compiacimento per la felice sistemazione degli oggetti.

Il 7 aprile del 1944 – giorno infausto per Treviso – vide colpite, nel terrificante bombardamento aereo, oltre la caserma di via Canova, anche la nuova caserma di Dosson (quella caserma era ancora senza nome, e indicata anche nei documenti, come caserma del 55° reggimento fanteria). Nel bombardamento anche il museo subì gravi danni e parte dei materiali andò certamente perduta. Ad esempio andò distrutto il monumento, in memoria dei caduti del reggimento, eretto nel chiostro della caserma di via Canova, in quello che venne chiamato il cortile degli eroi. Quanto si salvò dai danni, e forse dal saccheggio, fu raccolto ed accatastato in vari luoghi comunali della città. Uno degli artefici del salvataggio fu certamente Mario Botter che era stato ufficiale del reggimento.

La cronica carenza di locali comunali ha visto, nel corso degli anni, i reperti del museo girovagare da un luogo all'altro della città in magazzini più o meno improvvisati, senza pace e senza ordine. Non è neanche certo dove i materiali fossero effettivamente ubicati quando il Deposito divisionale del 55° fu sciolto il 31 dicembre 1951. All'atto della dismissione del Deposito, il reggimento di Treviso non esisteva più: il 12 settembre 1943, nella piccola penisola di Lapad, di fronte alla città croata di Ragusa, i fanti bianco-azzurri videro morire la loro storia ed essi finirono nei campi di concentramento tedeschi dislocati in mezza Europa. Il 55°reggimento non fu più ricostituito.

Che fare di quei materiali? La soluzione più logica sembrò di lasciare i reperti del museo reggimentale dove si trovavano, nei depositi comunali. Così avvenne. L'esercito lasciava, con regolare verbale di consegna al Comune di Treviso i materiali del museo del 55° reggimento fanteria Marche. Il documento, agli atti del museo, non sembra lasciare adito a dubbi: quei materiali sono di proprietà militare, ovvero dell'esercito italiano che custodisce la memoria dei reggimenti disciolti. Negli anni settanta del secolo scorso l'allora comandante della divisione Folgore, generale Capuzzo, venuto a conoscenza dello stallo e dell'inerzia degli organi municipali trevigiani, attivò lo Stato maggiore dell'esercito affinché si riprendesse quei materiali per farne un uso più consono, ad esempio donare quei reperti al museo della fanteria in piazza S. Croce di Gerusalemme a Roma. Ottima soluzione quella prospettata. Siccome la città di Treviso non poteva, o non voleva, allestire un luogo dove quei reperti potessero avere dignità e visibilità, né era in condizioni di provvedere ad una decente manutenzione (le armi occorre tenerle pulite ed oleate altrimenti si perdono), il legittimo proprietario li chiedeva indietro com'era suo dovere.

Come andò a finire? Male! L'allora assessore alla cultura della giunta comunale trevigiana, Signora Clara Coletti, prese carta e penna e, in nome dei ricordi, della memoria, della storia, della dignità della città, ecc. chiese che i vituperati e negletti cimeli di quel piccolo museo reggimentale rimanessero in città, rimanessero ai trevigiani che tanto tenevano a conservarli. A Roma si tacque colpevolmente senza chiedere un minimo di garanzie. Tutto finì così: si può dire a tarallucci e vino? Il successo ottenuto fu certificato in una delibera della giunta municipale che accorpava ufficialmente il museo del 55° a quello del Risorgimento. Di fatto i due musei diventavano uno solo anche se con inventari diversi. Da quel momento sui ricordi sulle memorie del fanti del 55° calerà l'oblio.
Per farla breve, dopo tanti anni, noi dell'Istituto per la Storia del risorgimento Italiano, anche per onorare la memoria di Giovanni Netto che a quel museo teneva molto, abbiamo recuperato quanto rimaneva del museo del 55°, abbiamo provveduto ad un intervento di manutenzione conservativa di tutte le armi, bianche e da fuoco, prima del completo disfacimento, sia del museo del 55° che del Risorgimento. Successivamente abbiamo provveduto a fotografare e schedare tutti i pezzi e a certificare il loro stato di conservazione. Insomma, almeno per le armi, siamo in grado di sapere tutto quanto può servire ad una prima catalogazione. Il poco (o tanto) che è stato fatto per mantenere quei reperti è stato fatto da noi, dal nostro Istituto, con i propri uomini, con i propri (scarsissimi) mezzi, solo con l'aiuto di amici ed appassionati. Purtroppo, e ci duole, non abbiamo potuto recuperare tutto il materiale cartaceo, lettere, soprattutto fotografie, che sono andate perdute a causa delle infiltrazioni d'acqua nei vecchi locali.

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