MONOGRAFIE: GLI ARRETRATI

IL RISORGIMENTO
LA GRANDE GUERRA
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
STORIA E STORIE



Le Tofane. La Grande Guerra tra le cattedrali di roccia:
la battaglia del "Castelletto"


LA MINA DEL CASTELLETTO
Il 29 maggio del 1915 gli italiani avevano occupato Cortina d’Ampezzo. La futura perla delle Dolomiti era caduta in nostre quasi senza colpo ferire. Le cose però erano destinate a cambiare. Ben presto i Fanti e gli Alpini che operavano in quel settore del fronte scoprirono di doversi misurare con le fortificazioni approntate dagli austro-ungarici a protezione del gruppo dolomitico delle Tofane ed alla testata della Val Travenanzes. Le montagne si rivelano un formidabile baluardo naturale che ingigantisce l'efficacia delle azioni difensive avversarie. Il centro di gravità dell’intero sistema è un’imponente formazione rocciosa che si stacca dalla Tofana di Rozes e si arrampica verso l’alto. Nella sua anima di pietra gli Imperiali hanno scavato gallerie e aperto feritoie dalle quali spuntano mitragliatrici e pezzi di artiglieria a tiro rapido. Per la sua particolare forma, i nostri soldati hanno battezzato quel sinistro torrione di roccia il «Castelletto». La sua posizione sovrasta quelle italiane e si rivela imprendibile. Gli attacchi convenzionali sono inutili. E' da queste premesse che si sviluppa l'idea di annientare il «Castelletto» con un solo, rapido, colpo: facendolo esplodere con la più grande «mina» mai approntata sul nostro fronte: 35 tonnellate di gelatina esplosiva...

Il Papa del sorriso. Albino Luciani: Giovanni Paolo I

DAL VENETO A ROMA
Il pontificato di Albino Luciani è stato fra i più brevi della storia. Giovanni Paolo I si spense il 26 agosto 1978, trentatré giorni dopo la sua salita al soglio papale. Una fine improvvisa e del tutto inattesa. Era nato 66 anni prima a Canale d’Agordo nel bellunese, il 17 ottobre 1912. Per la sua bonomia oggi viene ricordato come il papa del sorriso o il sorriso di Dio. Trascorse gli anni dell’infanzia nel paese natio, che allora si chiamava Forno di Canale, avendo come primo mentore don Filippo Carli. Entrò al Seminario Minore di Feltre il 1 ottobre 1923 dove studiò per cinque anni. Nel 1928 quindi, passò al Seminario Interdiocesano Maggiore di Belluno per essere infine ordinato sacerdote il 7 luglio 1935. Fu trattenuto al Seminario come insegnante e divenne vice-rettore dell’istituto. Con i suoi allievi aveva una sorta di cameratesca fratellanza. Molto apprezzato dal vescovo di Belluno Girolamo Bortignon, divenne vicario della diocesi. Papa Giovanni XXIII lo nominò vescovo di Vittorio Veneto il 15 dicembre 1958. Per due volte in precedenza, la sua candidatura era stata respinta in quanto ritenuto «di salute cagionevole». A Roma qualcuno riteneva che non possedesse physique du rôle per fare il vescovo. Nella cittadina trevigiana fu un presule molto amato e vicino alla gente. Da vescovo, prese parte a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II e Il 15 dicembre 1969 papa Paolo VI lo creò Patriarca di Venezia. In quel ruolo improntò la sua condotta alla massima sobrietà. Salì alla cattedra di Pietro il 26 agosto 1978.

NIKOLAJEWKA. L'ULTIMA BATTAGLIA

IL RITORNO
Il 12 gennaio 1943, l'Armata Rossa lanciò un massiccio attacco contro le forze dell'Asse stanziate lungo il fianco meridionale dello sterminato fronte sovietico. La linea del Don cedette e per i Fanti e gli Alpini dell'Armata Italiana in Russia ebbe inizio l'epopea, tragica e allucinante, della ritirata fra la neve e il ghiaccio, in preda a fame, stanchezza e freddo e con temperature che precipitavano decine di gradi sotto lo zero. Nella grande sacca del Don rimangono intrappolati migliaia di uomini. Molti di loro non torneranno più a casa. Il 26 gennaio 1943, dopo una marcia interminabile, quel che restava delle nostre forze, alle quali si erano aggregati anche reparti tedeschi, ungheresi e di altre nazionalità, sostava di fronte al villaggio di Nikolajewka. Al suo interno i soldati dell'Armata Rossa erano decisi a sbarrare loro il passo per chiudere definitivamente la partita e farli tutti prigionieri. Quel che accadde dopo divenne una pagina epica della storia italiana. Agli Alpini della divisione Tridentina, i soli ancora in grado di combattere, fu assegnato il compito di iniziare l'assalto al villaggio. Dietro di loro si mosse compatto il resto dei nostri uomini che iniziò a scendere verso Nikolajewka dalla collina antistante. L'effetto sui russi, che ne rimasero sconcertati, fu quello di un attacco di vaste proporzioni. La battaglia che ne seguì fu feroce e sanguinosa ma l'accerchiamento venne spezzato. Con quella vittoria la via del ritorno a casa era stata finalmente aperta.