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Vajont

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ESAURITO

VAJONT. 9 OTTOBRE 1963
Cronologia di una morte annuciata

di Stefano Gambarotto.
La vicenda del Vajont rappresenta nella storia del nostro Paese, il più tragico esempio di sfida alla natura motivata da ragioni economiche. A renderla possibile fu l’incontro tra le idee visionarie di un progettista geniale, Carlo Semenza, e gli obiettivi espansionistici di un grande complesso industriale come la SADE. Semenza è il creatore della diga del Vajont; la SADE, ovvero la Società Adriatica di Elettricità, è un gigante del settore idroelettrico. L’ingegner Semenza insegue il sogno dell’opera ultima, la diga a doppio arco più alta del mondo, l’impresa che gli farà concludere in modo spettacolare una carriera piena di successi. La SADE invece, si aspetta solo di moltiplicare il denaro investito nei progetti del suo uomo di punta. Il bacino artificiale che si costruisce ai piedi del monte Toc è infatti solo l’ultimo tassello del «Grande Vajont», un complesso di invasi e di centrali elettriche, collegati fra loro da una ragnatela di condotte forzate, che permetteranno – sfruttando al massimo le acque della montagna veneta e friulana – di saziare gran parte della fame di energia di un’Italia in piena crescita. Quel Paese, per certi aspetti, è molto diverso da quello di oggi. Termini come «sensibilità ambientale» o «rischio idrogeologico» significano pocoi. Per questo è possibile cancellare per sempre buona parte di un contesto naturale di inquietante bellezza - come la forra del Vajont - , con le sue altezze vertiginose e le sue rocce a strapiombo. Per questo si può realizzare un lago artificiale ai piedi di una montagna come il Toc, che tutti sanno essere fatta di pasta frolla. Poco importa se i permessi tardano ad arrivare, se i controlli sono fin troppo benevoli, se per dar vita al progetto si deve passare sopra a tutto e a tutti. Un interesse superiore lo impone e i soprusi che la gente di quei luoghi deve subire rappresentano soltanto una questione secondaria. Giorgio Dal Piaz, forse il più importante geologo dell’epoca, assicura che la valle del Vajont è perfetta per un impianto idroelettrico. Carlo Semenza rimane convinto che l’ingegno umano sarà sufficiente a superare ogni ostacolo. Così la grande diga si arrampica verso il cielo, giorno dopo giorno, curva come una vela di calcestruzzo gonfiata da un vento inesistente, simile ad un foglio di cemento sagomato ad arco da un refolo d’aria. Quando il lavoro è finito e l’acqua comincia a salire nel bacino, il Toc si risveglia. Tremori, boati, fessure nel terreno, slavine di sfasciume che scivolano nel lago. Poi, nel 1960, una prima grande frana si abbatte vicino alla diga. La gente ha paura ma le persone continuano a restare un elemento secondario. Nessuno le ascolta. Quello che conta sono solo la grande diga e l’investimento che è stato necessario per realizzarla. Un nuovo spettro inoltre terrorizza la SADE: l’incombente nazionalizzazione del comparto idroelettrico. L’impianto deve essere consegnato funzionante all’ENEL, il nuovo ente di stato che gestirà la produzione di energia in Italia. Il Vajont a questo punto si trasforma in un grande malato al cui capezzale vengono chiamati i migliori specialisti dell’epoca. Uno di essi, il professor Leopold Müller sentenzia che il suo male è incurabile. Sul lago grava una frana mostruosa, di 200 milioni di metri cubi roccia. Il fenomeno è stato messo in movimento dagli invasi e non può essere fermato. E’ una sentenza di morte per il progetto del «Grande Vajont». La logica vorrebbe che l’impresa venisse abbandonata ma così non sarà. Troppo alti sono gli interessi in gioco. Carlo Semenza di fronte ai collaboratori ostenta la sicurezza che ogni buon comandante deve dimostrare ma dentro di sé è angosciato. La pressione cui si trova sottoposto è terribile. L’ingegnere può essere un uomo ambizioso ma certamente non è uno stupido. In una drammatica lettera al suo antico maestro, il professor Vincenzo Ferniani, esordisce quasi chiedendo scusa dello sfogo cui si abbandona: «il raccontarLe [i fatti] - scrive - mi da la sensazione di alleggerirmi di una parte almeno dei miei pensieri; voglia perdonarmi». La conclusione dello scritto suona terribile e profetica: «le cose sono probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati». Di lì a poco, Semenza non potrà fare più nulla. Un infarto infatti, lo fa uscire di scena. Con la sua morte entrano in campo le seconde linee che, per definizione, non sono mai all’altezza dei titolari. Al timone si insediano gli ingegneri Alberico Biadene detto «Nino» e Mario Pancini che in qualche modo si lasciano prendere dall’assurda convinzione di poter «governare» la montagna, magari «pilotando» la sua caduta nel lago, attraverso abbassamenti e innalzamenti del livello dell’acqua. Sanno che la frana è inevitabile. Sanno anche che una volta precipitata, riempirà una parte consistente del bacino. Così, per mantenere l’impianto in funzione – perché questo è ciò che conta davvero – è stata costruita una galleria di sorpasso che collegherà i due piccoli laghi che si verranno a formare. Quanto alle previsioni di Müller, i nuovi capi hanno deciso che una frana di 200 milioni di metri cubi non possa cadere tutta insieme. Scenderanno invece a valle due frane distinte e soprattutto lo faranno lentamente. Sulla base di queste premesse del tutto errate hanno anche commissionato al professor Augusto Ghetti una serie di esperimenti su modello con i quali si è «dimostrato» che se l’acqua nel bacino artificiale non supera la quota di 700 metri sul livello del mare, il rischio di danni alla diga e ai paesi che danno sul lago è inesistente. Mario Pancini è un uomo mite, un fedele esecutore delle direttive aziendali in base a cui, convinto com’è che tutto andrà per meglio, dispensa sicurezza a piene mani. Alberico Biadene invece è un decisionista che vuol dimostrare di essere all’altezza di Semenza e che si assume responsabilità anche gravi, alterando ad esempio i periodici rapporti inviati agli organismi di controllo, che «purga» delle notizie più allarmanti. La notte della tragedia i colonnelli della Sade e gli alti papaveri dei ministeri romani che avrebbero dovuto controllarli sono lontani. Il proscenio è tutto per le «comparse della storia», come il geometra Giancarlo Rittmejer che è al suo posto nell’edificio di controllo della diga. Con lui, al lavoro, c’è un pugno di operai i quali, simili a fantaccini della Grande Guerra, sono rimasti nella trincea del Vajont, di fronte alle oscure acque del lago e alla frana incombente. Alle loro spalle, come in tutte le guerre, ci sono poi le «vittime collaterali», i civili, ovvero le genti di Erto e Casso e di Longarone, giù nella valle del Piave. Quando la frana si stacca, la strage si compie. Solo Alberico Biadene trascorrerà dodici mesi in carcere per ciò che è accaduto. Mario Pancini invece, perseguitato per cinque anni dai fantasmi del Vajont, si toglierà la vita prima dell’inizio del processo.

Temi trattati
La storia del "Grande Vajont" dai primi studi iniziati negli anni Trenta del secolo scorso fino alla costruzione della grande diga e alla frana del Monte Toc avvenuta il 9 ottobre 1963. Il volume propone una cronologia degli avvenimenti che ripercorre giorno per giorno - nella'rco di tre decenni - tutti gli eventi che portarono alla tragedia di Longarone, Erto e Casso.

364 pagine, formato 17x24, 260 fotografie d'epoca in b/n e un capitolo finale a colori che guida il visitatore sui Luoghi della Memoria. Prezzo in edicola 8,8 €.

IN ALLEGATO A:
Il Corrriere delle Alpi, Il Messaggero Veneto, il Piccolo di Trieste
La Tribuna di Treviso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre

In occasione del 50° Anniversario della Frana del Monte Toc.